8 Agosto 1983 – La battaglia di Comiso

Al terzo giorno di blocco dei lavori della base missilistica la polizia si scaglia sul blocco dei manifestanti inermi.

Le persone vengono fatte oggetto di un incessante lancio di lacrimogeni, che vengono sparati anche dall’elicottero che volteggiava sopra il presidio.

I feriti vengono portati in una vecchia masseria nelle vicinanze, e dove adesso vengono prestati i primi soccorsi, ma anche qui poco dopo irrompe la celere, picchiando tutti quelli che lì si erano rifugiati, spaccando automobili, strappando i sacchi a pelo.

Alla fine si contano un centinaio di feriti 18fermi di cui 2 tramutati in arresto.

Il Dossier dell’I.M.A.C. ( International Meeting Against Cruise )

La mattina dell’8 agosto come le altre mattine ci siamo svegliati alle 4. E ancora buio, ma l’aria frizzan­te ci mette di buon umore, eppure sappiamo bene di non dover andare ad un picnic. Nei giorni precedenti tutto è andato tranquillamente. Sa­bato, Hiroshima day, siamo rimasti di fronte ai cancelli del Magliocco tutto il giorno. La polizia non ci ha mai disturbato, e all’arrivo degli operai ha consigliato loro di tornare indietro. Lo stesso domenica 7, se­condo anniversario della decisione del governo italiano di installare a Comiso i 112 Cruise. Abbiamo te­nuto il blocco per tutta la mattina, poi abbiamo preferito ritornare al campo per preparare in assemblea il blocco dell’indomani. Sicuramente diverso. Sicuramente più duro. Ci dividiamo subito in 4 gruppi, uno per ogni cancello e partiamo insie­me per l’aeroporto. Non appena ci avviciniamo all’aeroporto su di noi si innalzano, per ricadere lentamen­te, decine di bengala. Accendono luci giallastre, tetre. Deformano sul manto stradale le nostre ombre; qualcuno di essi, ricaduto sui campi secchi, dà origine a dei fuochi. Li spegnamo. Molti erano convinti di trovare la strada sbarrata dalle for­ze dell’ordine. Tutto è però appa­rentemente calmo. Alle 5 siamo già tutti seduti stretti di fronte ai can­celli. Quello principale è sbarrato da pulmini e macchine della polizia. Gli altri sono quasi deserti. Solo in numero 1, quello più vicino al bivio con la S.S., si presenta protetto da una fila di carabinieri sonnolenti. Abbiamo dei responsabili ad ogni cancello per i rapporti con le forze dell’ordine. Si presentano ad esse. Il clima è disteso. Pian piano la schia­rita. Dagli Iblei spunta il sole, l’alba spezza l’umidità della notte e con essa scemano paure e preoccupazio­ni. Il nuovo giorno fa presagire che tutto si concluderà come i giorni precedenti. Ma queste impressioni si faranno sempre più deboli, via via che passeranno le ore. Già verso le 8 giunge la notizia che al cancello n. 3 si stanno concentrando polizia e CC, forse nel tentativo di forzare il blocco per far passare quei ca­mion che continuano a girare intor­no all’aeroporto, sperando di trova­re un varco libero. Contrattazioni, minacce, ma poi tutto si conclude nel nulla. I carabinieri vengono ri­spediti a casa dagli agenti. Un’ora dopo al cancello n. 1, un ufficiale dei CC, chiede di far uscire i propri militari. Dice che hanno finito il turno, non ci sono problemi: apria­mo un varco nel blocco, e facciamo uscire uno alla volta i carabinieri. C’è cordialità; ci si saluta tranquil­lamente. Ma quei militari non van­no via, si dirigono anche loro verso il cancello principale.

Qui il questore BORGESE pre­tende di forzare il blocco per entra­re con il proprio mezzo all’interno dell’aeroporto, vuole telefonare al Ministero; potrebbe usare l’autora­dio. Non siamo disposti a reagire al­le provocazioni, si contratta, ci si confronta. Contemporaneamente dalle camionette iniziano a scendere un centinaio di poliziotti. Si dispon­gono alle nostre spalle chiudendoci ogni via di uscita. Davanti gli agenti che fanno da scudo agli automezzi che chiudono il varco al Magliocco. Di dietro i celerini che montano il casco, imbracciano gli scudi, strin­gono il manganello. Compaiono i primi fucili per il lancio dei lacrimo­geni. Rapidamente si alza la tensio­ne. Ci sediamo tutti per chiuderci dalla carica, in molti sdrammatizza­no il momento. Sarà una tecnica per metterci paura.

«Non possono cari­carci, che senso avrebbe?! Al gover­no non conviene; sanno benissimo che domani ce ne andiamo». E il pensiero di Gabriele di Catania, co­me lui siamo in molti a pensare lo stesso. Infatti qualche minuto dopo si decide di far passare il Questore. Apriamo il settore di centro del blocco; i celerini si svestono e risal­gono sui jeepponi e sui blindati. A sdrammatizzare ulteriormente ci pensano i compagni del servizio ri­storo rapidi a rifornirci di panini, acqua e pomodori. Qualcuno di noi inizia a parlare con i militari che ab­biamo di fronte. C’è chi risponde cordialmente, c’è chi taglia con oc­chiate fredde e cariche di odio. Un sottotenente dei CC vicino al can­cello pare faccia di tutto per inner­vosire noi e i suoi uomini. Ha voglia di alzarsi le maniche per menare. Lo “tallona” un capitano che ripetuta­mente lo invita a tenere i nervi saldi. Ma il sottotenente, un uomo alto con i baffi larghi e neri, si autoesal­ta. Inizia a minacciare, ad insultare a fingere di calciare il volto di colo­ro che siedono in prima fila. C’è chi, come Gabriele, che afferma di averlo sentito urlare «ma quale pa­zienza! Sarebbe necessaria una squadra di fascisti per eliminare il blocco»!!

E il capitano stesso che ci assicura che tutto procede “per il verso giusto”. Sono le 10,10, e ci di­ce: «Non vi preoccupate, alla base c’è il questore che sta mediando tra voi e il Governo per non caricare». È la prima prova evidente che ciò che sarebbe accaduto era già stato premeditato dall’alto, e che non sa­rebbe stato imputabile alla sola “follia” di un funzionario che non vuol perdere tempo. Ma è anche la prova che la polizia già sapeva dell’imbrattamento della macchina e del “taglio” (mai dimostrato e da molti smentito) dei copertoni. Dopo infatti avrebbero aggiunto «… An­che se avete tagliato i copertoni del­la macchina».

Tutto è poi continuato tranquilla­mente. Sono stati garantiti i rappor­ti tra le forze di polizia, anche per ciò che riguarda acqua, sigarette, ecc. Un elicottero, lo stesso che ave­va rotto il nostro silenzio il giorno 6, quando c’eravamo tenuti un mi­nuto per mano per commemorare la tragedia di Hiroshima, continuava a perlustrare gli estremi della base. Spesso si lasciava cadere giù sino a sfiorare la cima degli alberi; poi una virata e ripartiva verso l’alto. Ogni volta, tutte le volte, il fragore dell’elica violentava canti e discus­sioni.

Chiare provocazioni. Come quelle inscenate dal questore e da poliziotti in borghese che continua­mente, senza avvertimento, passa­vano e ripassavano dal blocco. Cre­scevano anche tra noi tensione e nervosismo, ma nessuno è caduto nella trappola. Nessuno ha reagito. Si avvicina l’ora di pranzo. Il que­store ci fa sapere che bisogna far spazio a poliziotti e carabinieri che devono darsi il cambio di guardia. Avevamo preveduto il cambio. Si era già deciso di far uscire tutti uno alla volta, facendoli passare da un varco, aperto come già era stato fat­to al cancello n. 1.

Ricorda Stefano di Roma: «Avevo il compito di coordinatore tra i portavoce dei gruppi presenti al blocco e i funzio­nari di polizia. Abbiamo immediatamente consentito il cambio dei poliziotti, purché uscissero a piedi. C’erano già stati dei tentativi di ca­rica; ma erano stati bloccati subito dalla nostra disponibilità a contrattare. Il nostro obiettivo era bloccare i lavori. Ad un tratto due funzionari entrati nella base per telefonare do­po essere passati da un varco opportunamente aperto, ci chiedono di far uscire anche gli automezzi, dato che dovevano cambiare anche gli autisti. Si perde un po’ di tempo a confortarci perché ci sono dei gruppi che non sono d’accordo all’uscita di essi, anche per il timore, come dice Giovanella di Catania, che ciò potesse servire da pretesto per cari­carci, dato che i poliziotti sarebbero passati tra di noi». E Stefano: «Ab­biamo chiesto qualche altro minuto per discutere con i compagni. I funzionari ci risposero che non c’erano problemi di tempo, dissero “abbia­mo aspettato tanto…”». Ma c’era qualcosa di strano nel modo di fare e di dire dei funzionari e del questo­re. Pasquale di Sansevero, uno dei portavoce dei settori del blocco: «La mia impressione è che le forze dell’ordine che parlavano con noi, non la dicessero tutta. Chi ha espe­rienza in queste cose, si rende conto effettivamente quando si vuole trattare.

Generalmente ti dicono entro quanto tempo puoi decidere. Ti di­cono le reali loro intenzioni dall’inizio alla fine; ti dicono se e quando sta per scattare la carica. Invece niente, non ci hanno detto niente. Solo un “fate in fretta perché non abbiamo più tempo da perdere

Abbiamo chiesto più volte che te­nessero calmi i poliziotti, come noi – facevamo con i manifestanti. Si è chiesto ripetutamente di definire gli orari in cui gli agenti dovevano dare il cambio. Hanno risposto che l’orario non era un “affare nostro”, innalzando cosi la tensio­ne; innervosendo ulteriormente i ca­rabinieri, già stanchi dopo sette ore di “presenza al blocco

Dalla consultazione dei gruppi, emerge persino la proposta che con il cambio si sciolga il blocco visto che politicamente era riuscito per­fettamente. Questa proposta in fase di discussione fu comunicata ai di­versi funzionari. Non esisteva pro­blema per il cambio. Il blocco si sa­rebbe aperto nel settore di destra. Tra di noi si era raggiunto il massi­mo del consenso. Dice Gabriele: “Io personalmente ho cercato di aprire il cerchio prima della carica, ma ciò non ha sortito alcun effetto”.

Ad un tratto senza alcun avverti­mento, smontano giù dai loro pul­mini centinaia di celerini. Sono di nuovo schierati, armati, decisi. Di fronte al cancello il solito sottote­nente dei CC passa in rassegna più volte gli uomini, incitandoli a colpi­re duramente. C’è Antonio di Mes­sina che è certo di averlo sentito di­re:«4 colpi nei denti e li ammazzia­mo tutti!». Massacriamoli, ucci­diamoli questi quattro bastardi!». Si levava nervosamente un elmetto diverso da quello di ordinanza, per rimetterselo subito. Brandiva un frustino. Ce lo descrive Sergio di Roma: «Aveva quattro cordami del diametro di un cm. ciascuno; erano di plastica resistente, duro ma fles­sibile. L’intreccio era tale da forma­re un cordone lungo un m. a sezione quadrata, terminante con dei filac­ciamenti lunghi circa 40 cm., alle cui estremità vi erano delle palline di materiale plastico, tipo perline di corallo. Lo arrotolava ironicamente a mo’ di serpente intorno al brac­cio…!!». Il capitano dei CC lo vede e lo invita alla calma: “leva di mez­zo quell’arnese; perché ci crea delle grane” lo hanno sentito urlare. Ma i carabinieri sono sempre più tesi, in­ferociti. Si levano d’addosso le ban­doliere (il cui uso è vietato per leg­ge), iniziano a brandirle in aria; poi si infilano al braccio lo scudo. Qualcuno provvede a caricare i la­crimogeni. Una cassetta di pomo­dori posta accanto a dei manife­stanti seduti, viene sbattuta loro ad­dosso con un calcio sferrato da un carabiniere. Invitiamo alla calma.

Spieghiamo loro che stiamo per spostarci, che abbiamo già deciso di farli passare, che è colpa dei loro superiori che non dicono quando avverrà il cambio. Qualcuno ci ri­sponde: «Dovevate pensarci prima, adesso è tardi!!».

Continuavamo a trattare, a con­vincerli a non perdere la testa. Dice­vamo loro che tutto ciò era assurdo, ingiusto; dice Pasquale: “Stavamo ancora discutendo col commissario, quando questi si mette il casco e dà il segnale». E la carica. Immotivata, improvvisa, brutale. La giustifica­zione della carica fornita dalla poli­zia, verrà riportata completamente dalla stampa. Si dice che alcuni estremisti, appartenenti al gruppo di Autonomia Operaia, si sono ac­caniti contro l’autista di una delle vetture della polizia, una “Fiat Rit­mo” bianca, che voleva opporsi ad un manifestante che con una bom­boletta spray stava imbrattando la fiancata dell’autovettura con scritte ingiuriose e minacciose quali: “Vi uccideremo tutti”, “Digos a morte”. Una versione criminaliz­zante, falsa, ma sicuramente insuf­ficiente a giustificare la violenza della carica, con le sue manganella­te, i suoi spari, i lacrimogeni e l’inaudita caccia all’uomo.

Ma la verità sulla macchina im­brattata è un’altra. Riportiamo per intero la dichiarazione comunicato diffusa dopo la carica dalla Federa­zione delle Chiese Evangeliche di Si­cilia e Calabria e che da solo basta a far luce sulla montatura della poli­zia. «In relazione a quanto dichia­rato dalla questura di Ragusa in me­rito ai fatti dell’8 agosto, affermia­mo:

I) che un gruppo di cristiani evangelisti e cattolici tra i quali il pastore Rapisarda, il seg. nazionale della FGEI Paolo Naso, e il rev. Giovanni Franzoni della comunità cattolica di base di S. Paolo in Ro­ma hanno potuto seguire da vicino tutto quello che è avvenuto nei pres­si della Ritmo bianca, in dotazione alle forze dell’ordine, imbrattata da alcuni dimostranti non appartenenti al gruppo cristiano;

2) che in base alle testimonianze raccolte tra i membri del gruppo l’automobile riportava alcune scrit­te a pennarello già dalle 6 del matti­no, quando il gruppo si è seduto ac­canto e nulla vi è stato aggiunto, né vi è stato alcun tentativo da parte di chicchessia;

3) il presunto provocatore di Au­tonomia Operaia, avvicinatosi all’automezzo, con l’intento di im­brattarlo con una bomboletta spray, era un giovane nonviolento tedesco e non portava in mano nulla di quanto attribuitogli;

4) che “gli autonomi intervenuti in modo violento in difesa del com­pagno”, come pubblicato da vari giornali, erano in realtà membri del gruppo cristiano che in un momen­to di generale distensione e in modo del tutto nonviolento cercavano di convincere l’agente che aveva fer­mato il giovane tedesco a liberarlo;

5) che la carica ordinata dal que­store di Ragusa Borghese, pertanto, è avvenuta “a freddo” e senza alcu­na giustificazione…»

Aggiunge a tal proposito Giovan­nella di Catania: “Stavamo man­giando, il blocco non c’era quasi più di fronte alla Ritmo. Le scritte erano state fatte con pennarelli neri. Non ricordo a memoria gli slogans, ma di sicuro non erano contro la polizia. Solamente scritte di Auto­nomia e niente di più. Non vi erano provocazioni dirette come quelle ri­portate da alcuni giornali, tipo: “Vi uccideremo tutti”. L’unico slogan diretto alle forze dell’ordine, è stato di tipo verbale; diceva: “Polizia ita­liana non difendere la base america­na”. Sulla macchina c’era anche una scritta in tedesco. “Nessuno, dico nessuno, aggiunge Giovan­nella né stranieri né evangelici né tantomeno quelli di Autonomia, erano intorno alla macchina con bombolette spray in mano. E suc­cesso solo che uno straniero mentre beveva dell’acqua da una bottiglia di plastica, è stato bloccato da un agente. Siamo subito andati verso di loro ma ad un tratto la polizia èsaltata dalle camionette, si è messa i caschi e ha preso i manganelli, inco­minciando a picchiarci senza che nessuno di noi si rendesse conto di ciò che stava accadendo…»

Del resto, non si capisce bene co­me fosse possibile, data la disposi­zione delle forze dell’ordine, che un manifestante si avvicinasse con un pennarello alla Ritmo bianca, im­brattandone la fiancata, o tantome­no armato di coltello o di qualsiasi altra arma in grado di tagliare i co­pertoni. “E allora – dice Gabriele -scontato che le scritte ci fossero già dalle 8, è chiaro che sono state fatte con il tacito consenso della polizia, che era a diretto contatto con la macchina». Resta il sospetto che le scritte siano persino state premedi­tate. Molti compagni hanno dichia­rato di aver visto dopo gli scontri, dei poliziotti in borghese ripiegare con bastoni di legno, dietro i blin­dati della polizia.

Perché escludere la possibilità che le scritte, come le decine di provocazioni effettuate, non servissero per giustificare la ca­rica? O che fossero state prodotte da terzi? Abbiamo parlato di un’ag­gressione improvvisa. Non c’era tensione, lo ribadisce Nunzio di Co­miso, ha affermato persino di aver pagato due caffè, mezz’ora prima della carica a un maresciallo dei ca­rabinieri di Comiso e a un tenente maggiore di Vittoria, tutti di servi­zio alla base. Chiama a testimoniare persino l’europarlamentare Baduel Glorioso, presente con lui al bar di Comiso. Se ci fosse stato un clima da “guerriglia”, come farebbero due sottufficiali ad allontanarsi tran­quillamente dal “campo di batta­glia” per una tazzina di aroma all’italiana?

Paolo di Padova: “Mi trovavo al centro del semicerchio. Qui nessuno si è reso assolutamente conto di nul­la. Stavamo parlando tra noi, quan­do abbiamo visto del movimento fra gli automezzi delle forze dell’or­dine. Si alza subito un gran polvero­ne, e poi le botte….”.

E numerosa la gente seduta che non si rende conto che è scattata la carica. “Guarda la foto, dice Mario di Ramacca , c’è già la polizia che bastona, e molta gente ancora tran­quillamente seduta e rivolta dall’al­tra parte”.

La polizia attacca da due lati. Di fronte e di dietro. Si avventano sulle persone sedute, le scalciano, le ba­stonano, le calpestano. Colpiscono con gli scudi, con i guantoni imbot­titi. Usano anche l’impugnatura dei manganelli, la borsetta portamanet­te, ogni colpo alle spalle è un taglio, un segno che andrà via dopo molte settimane. è impossibile scappare. Le strade sono sbarrate. Molti pre­feriscono piegarsi su se stessi, co­prirsi il capo dalle botte, offrendo la schiena, le spalle. Cristina di Fi­renze: «non sono scappata. Non sa­pevo neanche dove andare. Tutto intorno era il caos. Fumo di lacri­mogeni che si alzavano, la polvere che ci copriva tutti». Per decine di minuti, chi è in piedi viene gettato a terra e preso a calci. Poi afferrati per i capelli o per le maglie straccia­te e portati verso i cellulari, per una nuova razione di botte. L’aria è ir­respirabile. Si sentono solo le urla di chi attacca. Il suono stridulo del­le sirene.

I “basta” di chi è a terra: insanguinato, immobile. Dice Enri­co di Cagliari: “Erano centinaia. Correvano dappertutto. Chi è riu­scito a coprirsi il volto ha avuto le spalle colpite da fortissime manga­nellate”.

Solo pochi riescono a scappare subito. Ma vengono brutalmente braccati, e seguiti tra i campi; presi a colpi. Chi riesce a dileguarsi per le stradine intorno alla base, si trova il tragitto bloccato da altre camionet­te. E ancora botte, e ancora lacri­mogeni. “Scappavo, ma ho visto sulla strada una macchina della po­lizia, dalla quale un agente stringendo un manganello, cercava di colpi­re i giovani che camminavano intor­no». Dichiara Angelo di Bergamo. «Ero a terra raggomitolato su me stesso». Dice Bruno A.: «A un cer­to punto sentii il peso di un corpo sopra il mio. Probabilmente qual­che compagno che mi era caduto addosso. Sentivo le percosse che stava ricevendo. E il dolore che pro­vava…».

Piano piano ci rialziamo, o siamo rialzati da compagni e dobbiamo ammetterlo anche da qualche poli­ziotto. C’è chi afferma come Damiano “Mentre venivo picchiato e non riuscivo più ad alzarmi da terra si è avvicinato un poliziotto dando-mi una mano per rialzarmi, dicendo all’altro che mi manganellava: “ba­sta, non è giusto”.»

O come Pasquale che “aggredito da tre poliziotti» si accorge che “fingono di picchiarmi, colpendomi solo di striscio con il manganello”. Evidentemente c’è stato qualcuno che all’interno di quella massa sca­tenata, spersonalizzata, violenta, ha tentato di prendere le distanze, di dissociarsi in qualche modo seppur non apertamente. Ma erano pochi, troppo pochi. Chi era riuscito a sol­levarsi dopo essere stato malmenato si è trovato altri poliziotti di fronte, pronti ad aggredirlo nuovamente. “Ero con le mani alzate e cammina­vo lentissimo. Mi trovai di fronte ad un poliziotto – è il racconto di Enri­co. Gli dissi: Guarda, sto andando via!. Lui mi ha guardato un po’ e poi mi ha manganellato in faccia in modo molto violento». Enrico por­terà sul volto per molti giorni un li­vido su un ampio contorno del glo­bo oculare.

La polizia non risparmia nessu­no, sacerdoti e religiose, famiglie di Comiso che stavano pranzando sot­to gli alberi posti ad un centinaio di m. dal cancello della base, giornali­sti. Persino i numerosi parlamenta­ri, amministratori, non vengono ri­sparmiati dalla furia dei celerini, eppure erano noti a tutti e già si era­no qualificati come tali. Alcuni dei parlamentari riporteranno sospette fratture di costole e braccia. Sono attaccati i fotografi dilettanti e i fo­toreporter di professione. Distrutte le loro macchine, strappati i loro rulli, ad un professionista di Roma viene fatto un danno di circa 3 mi­lioni; viene lanciato un lacrimogeno per impedire le riprese alle televisio­ni presenti. Una TV tedesca si vede distrutto il camper ed una cinepre­sa. Agli operatori di “Tele l’ora” un’emittente privata di Palermo viene requisito il film.

I giornalisti sono condotti in questura e tratte­nuti temporaneamente. Macchine, moto, pulmini posteggiati sulla strada sono stati danneggiati. Fran­tumati alcuni parabrezza, scassati i cofani. È quasi impossibile traspor­tare i feriti in ospedale. Un giovane col volto completamente insangui­nato, viene visto barcollare tra la polvere in cerca di qualche soccor­so. Alcuni compagni restano a ter­ra, privi di sensi.

Il servizio sanitario accuratamen­te predisposto, tenta disperatamente di prestare soccorso. Si era già presentato alle autorità e aveva ot­tenuto il permesso e tutte le garan­zie di libertà di azione e di sicurezza rispetto ad eventuali attacchi delle forze dell’ordine. Era impossibile non distinguere dai manifestanti i medici, infermieri, ausiliari.

Portavano tutti una camicetta bianca con al centro, ben evidente davanti e di dietro, una croce rossa. Ma durante la carica si è cercato di impedire ri­petutamente il loro intervento. Mol­ti di essi vengono anche ripetuta­mente manganellati. Saba di Roma:

Abbiamo tentato di soccorrere co­loro che erano a terra insanguinati. Si vedeva chiaramente un ragazzo ferito, Antonio T., in condizioni estremamente gravi. Siamo scesi dal pulmino di pronto soccorso sul qua­le eravamo già stati bloccati, ma siamo stati subito circondati dalla Celere. Hanno iniziato a manganel­lare l’automezzo in varie parti, ma per fortuna c’è stato qualcuno di lo­ro che è riuscito a trattenerli dal continuare; uno di loro mi ha messo un manganello sotto il naso, aspet­tava solo un movimento che però non c’è stato». E Andrea di Raven­na: «Vista l’impossibilità di racco­gliere gli altri feriti a causa dell’inti­midazione della polizia, abbiamo provato ad accendere il furgone per portare i feriti che avevamo raccol­to in infermeria. Ma siamo stati fer­mati da un tenente di PS che ci ha sequestrato la chiave, impedendoci cosi il trasporto dei feriti».

Ciò era completamente ingiusti­ficato. Sia noi che il furgone presen­tavano numerose croci rosse. Era­vamo riconoscibilissimi. Abbiamo delle fotografie che testimoniano una sequenza in cui si vede un medi­co, un ausiliario e il sottoscritto. che chiediamo a un tenente di poter medicare una persona ferita. Era stata trascinata per trenta m. per un piede, da un celerino dopo essere stata picchiata da due poliziotti di cui uno aveva il manganello rove­sciato. Ho chiesto cinque volte di poter visitare la persona e mi hanno detto chiaramente che se non me ne andavo, picchiavano pure me. Dite­mi: non è omissione di soccorso? » Calci, manganellate e spari… Non solo quelli per il lancio dei lacrimo­geni, purtroppo. Sono in molti a giurare di aver visto la polizia usare le pistole. Alcuni bossoli sono stati visti per terra, nella piazzola anti­stante la base. Le canne sono state puntate ad altezza d’uomo. Ecco una testimonianza di Concetto di Messina: «Ero con la mia ragazza. Cercavamo di scappare da qualche parte, ma c’erano poliziotti dapper­tutto. Ad un tratto sento un grido. Francesca dice terrorizzata: “Spa­ra! spara!” Mi volto e vedo a una cinquantina di m., in direzione della base, un poliziotto a braccia tese in avanti e gambe leggermente piegate. Puntava la pistola verso due, tre persone che scappavano per i campi di granturco. Viene subito bloccato da altri due colleghi, probabilmente prima che riesca a sparare». E Fran­co: «Mirava verso di me. Improvvi­samente, un altro poliziotto lo col­pisce alla mano con un manganello, fino a fargli abbassare la pistola».

Sfiorata la tragedia. Forse per un miracolo o forse per la maggior lu­cidità di un paio di agenti.

Alla polizia non basta allontana­re i manifestanti dalla base. Scatena un’assurda quanto violenta caccia all’uomo. Spara decine di lacrimo­geni tra i vigneti che circondano la base. Anche l’elicottero, dall’alto, bracca i pacifisti. Li individua, li se­gnala a terra, li insegue. E giù lacri­mogeni, e ancora lacrimogeni. I ce­lerini inseguono chiunque e dapper­tutto. Sono diverse le testimonianze che li descrivono lanciar sassi anche sui feriti. «Scappavo verso un vi­gna. ho sentito delle grida. C’erano dei celerini che lanciavano delle pie­tre, e dietro ancora i carabinieri. Poi sono cominciati a piovere i la­crimogeni» ricorda Pietro di Pado­va.

Un gruppo di manifestanti riesce a fuggire per una stradina posta a sinistra del cancello. Porta alla “Verde Vigna”, un terreno acqui­stato da alcuni gruppi pacifisti, pro­prio a ridosso della base. Sperano di trovare riparo, di assistere i feriti. Ma anche loro sono inseguiti. Bru­no A: “C’era una persona che stava male per le botte ricevute. Bisogna­va portarla in ospedale. Raccoglie­vano da terra dei sassi e ce li lancia­vano addosso. Corro a chiudere il cancello che permette l’ingresso alla Verde Vigna; c’è una macchina. E quella di Jochen Lorentzen, 21 an­ni, pacifista tedesco, da quasi un anno presente a Comiso. E lui che cercano. Ha rifiutato di ubbidire ad un divieto di dubbia costituzionalità che ne decretava l’espulsione per “non rinnovato permesso di sog­giorno”.

La polizia lo conosce bene. E l’occasione migliore per arrestarlo, per toglierselo dai piedi. La polizia sfonda il cancello. Gli saltano ad­dosso. Lo colpiscono con pugni e manganellate. Inizia ad avere il vol­to insanguinato, cade a terra tra­mortito. «Era in mezzo a un gruppo di poliziotti. Abbiamo cercato di aiutarlo – dice un compagno tedesco – ma non è stato possibile. Gli han­no dato una ulteriore manganellata in testa, e lo hanno portato via…».

Altri poliziotti entrano alla Verde vigna. Un paio si dirigono a spacca­re due automobili e in furgone tede­sco. Gli altri si dirigono su alcuni pacifisti che soccorrevano dei feriti, sotto una tettoia in canne e palme costruita in mezzo al campo.

Ricor­da Hansen: «Ero membro della commissione sanità. Ho subito con altri un pestaggio selvaggio. Dopo, la polizia ha sfasciato la tettoia, fa­cendola cadere addosso ai feriti. In­fine un altro pestaggio». Dopo aver effettuato alcuni fermi, i celerini tornano indietro, alcuni a piedi, al­tri nelle camionette.

I primi a rivedere Jochen, sono gli infermieri bloccati di fronte la base. A dimostrazione di come fos­se già stato predeterminato l’arresto di Jochen, è sufficiente la dichiara­zione di Saba a Roma: «A un certo punto è arrivato Jochen ammanet­tato tra due poliziotti. Sembra stor­dito. Lo vedo cadere a peso morto a terra. Gli sono saltati di sopra. Sia­mo intervenuti per fermarli, scen­dendo dal furgone, e chiedendo al capitano dei CC di intervenire. Ci ha risposto testualmente: “Non posso perché è in mano della poli­zia. Eppoi, non posso farci niente, perché questo dovevano prenderlo”. Lo hanno portato sul blindato dove ci trovavamo con An­tonio e Gisela. Poi siamo stati con­dotti all’interno della base e per un quarto d’ora non ci è stato permes­so di assistere Antonio. Aveva pre­so dei brutti colpi all’addome. E en­trato un appuntato della PS nell’au­toblindo. Gli abbiamo chiesto di portarlo in ospedale. La sua rispo­sta è stata: “Ancora non è morto. Quando sarà moribondo ve lo por­teremo”. Ha poi aggiunto: “Non dite una parola, se non vi massa­criamo. Questo non è stato che un assaggio.”».

Sono stati molti i manifestanti fermati e condotti all’interno della base, qui sono stati ammucchiati in attesa dei soccorsi invano richiesti per i feriti. Solo dopo più di un’ora è arrivata la prima autoambulanza per portare via due persone molto gravi: una donna con un trauma cranico e un ragazzo con un polso rotto. «Solo alle 14 – ricorda M. Cristina – al cambio della polizia, ci hanno dato del ghiaccio da mettere sulle ferite e ci hanno identificato. Poi sono arrivati dei medici ameri­cani». Ormai nei dintorni del Ma­gliocco non è rimasto più un mani-festante. Molti stanno facendo ri­torno a piccoli gruppi al campo IMAC. Agli altri cancelli arrivano notizie frammentarie. «Hanno cari­cato al principale!». «Ci sono molti feriti». Ci si accorda per tornare in­sieme, in corteo, al campo. Li ci si organizzerà eventualmente per an­dare tutti in paese a denunciare l’ag­gressione subita.

Anche le camionette della Celere fanno il percorso inverso e tornano alla base. Una decina di minuti, ep­poi il Questore dà l’ordine di ripar­tire per caricare tutti all’ingresso del Campo per la pace. Forse spera in una nostra reazione violenta. Spera che in noi scatti la rabbia. Servireb­be per non avere molte “grane” in seguito con l’opinione pubblica. Durante il tragitto verso il campo, i celerini dall’alto dei gipponi, tenta­no ripetutamente di colpire tutti co­loro che incontrano. Almeno tre cellulari e circa dieci macchine della polizia si dirigono all’IMAC. Una sessantina di celerini scendono per esporsi armati, di fronte la strada statale che conduce a Comiso pro­prio all’incrocio con il vialetto che conduce al campo. Bloccano il traf­fico e iniziano a sparare dei lacri­mogeni verso i pacifisti che alla spicciolata stanno rientrando.

Ro­sanna di New York: «Ho persino vi­sto dei poliziotti armati di pistola e altre armi da fuoco. Alcune erano tenute puntate su di noi. Altre era­no tenute per il calcio. Ho visto an­che sei uomini camuffati con panta­loni e magliette sporche e capelli di­sordinati, scendere dai blindati e brandire delle sbarre di ferro e dei grossi bastoni». Tenevano anche dei fili di ferro attorcigliati a mo’ di frusta. La polizia carica nuova­mente tutti quelli vicini. Si cerca di convincerli a desistere. E inutile. E di nuovo un fuggi fuggi generale. Marco di Milano: «Scappavo. Ma mi accorsi che la mia ragazza Mari­na, era stata raggiunta. La picchiava­no numerosi poliziotti. Sono torna­to indietro e ho cercato di farle scu­do con il mio corpo. Mi hanno dato tante botte da farmi svenire. Poi mi hanno messo su un cellulare dove sono stato ancora una volta picchia­to. Con me c’era anche un ragazzo con il volto pieno di lividi. Guada­gnano ancora venti metri, sparano altri lacrimogeni. Un paio di essi giungono nei pressi del campo. Gri­diamo “Ma siete pazzi!! Bruciate tutto!! Ci sono dei bambini”.

La riposta è qualche manganellata a freddo. Alcuni di noi vanno a bloc­care il corteo di manifestanti agli al­tri cancelli. Vengono fatti passare dai campi in modo da evitare il blocco. La polizia ci fronteggia per altri dieci minuti. Sembra che aspet­ti che qualcuno tiri un sasso o insul­ti. Forse vogliono entrare nel cam­po. Sarebbe un massacro. A poco a poco indietreggiano tutti per con­fluire nel sentiero di campagna che porta all’IMAC. Non ci inseguono, aspettano ancora un po’, poi fanno marcia indietro. Si tolgono il casco. Se ne vanno, se ne vanno. È finita. È l’ora di assistere le decine di feriti, di vedere chi manca, di fare corag­gio a chi è sotto choc. Dobbiamo ri­prendere il controllo della situazio­ne. Andiamo in assemblea per deci­dere come rispondere alla carica. La commissione Sanità ci fornisce un comunicato riguardo alla situazione dei feriti. Sono un centinaio circa.

«La maggioranza di essi presenta contusioni multiple alla regione toracico-dorsale, agli arti superiori e al cranio. Le contusioni sono di diverso tipo. Alcune di tipo escoria­tivo, prodotte dall’uso di un frusti­no. Quattro di esse sono state sutu­rate con punti. Evidenti sono le contusioni da manico di manganel­lo in quanto presentano striature trasversali. Numerose sono le ferite lacerocontuse prodotte dalle bando­liere dei carabinieri. Anche alcune di esse sono state suturate con pun­ti. Quasi tutti i feriti presentano trauma cranico di diversa gravità (perché erano seduti). Per alcuni di essi è stato necessario il ricovero in ospedale, provvedimento adottato anche per una decina di persone con sospette lesioni ossee tra le quali un membro della Sanità».

Questo è il testo integrale del co­municato.

Non tutti i feriti andranno in ospedale, per il timore di essere identificati e fermati. Al contrario ci andranno decine di agenti per far­si fasciare sproporzionatamente piccole escoriazioni, spesso prodot­tesi per la violenza dei colpi dati.

Laura di Roma riporta la testim­onianza delle infermiere dell’ospe­dale: «Quei buffoni – avrebbero

detto – si stanno facendo fasciare graffi e ferite inesistenti con fascia­ture enormi. Dicono di essere stati aggrediti, picchiati». Ciò fa parte dello scenario di questa enorme montatura, indispensabile per ten­tare una legalizzazione da parte de­gli “opinion makers”.

11 giorno dopo apprenderemo dai giornali che 34 compagni sono stati denunziati a piede libero per parte­cipazione a manifestazione non au­torizzata, mentre per Jochen Lo­rentzen e Gesualdo Altamore di Ge-la è scattato lo stato di arresto. Il primo verrà presto espulso dall’Ita­lia; il secondo verrà rimesso in liber­tà provvisoria con il divieto di sog­giorno nella provincia di Ragusa.

È l’epilogo di una vicenda che ha dimostrato ancora una volta come l’Italia sia lontana dal riconoscere io stato di diritto per cui si possa manifestare pacificamente senza su­bire la violenza del Potere, la pro­pria opposizione a scelte antipopo­lari e antidemocratiche.

Un’aggressione a freddo, violen­ta, contro chi richiedeva in modo nonviolento il rispetto al proprio di­ritto di vivere.

I.M.A.C. ( International Meeting Against Cruise )

http://www.osservatoriorepressione.info/8-agosto-1983-la-battaglia-comiso/

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