Di repressione in repressione.

 Riceviamo e pubblichiamo:

 

Assistiamo da un paio di giorni alla riorganizzazione dell’offensiva contro i No Muos da parte di politica e polizia.

A stimolare le manovre è stato il deputato Giampiero D’Alia, presidente dell’Udc nonché siciliano. D’Alia ha sempre dimostrato di essere un grande appassionato del progetto Muos, già dal luglio 2013 quando dichiarava che «le rassicurazioni dell’Istituto Superiore di Sanità sull’assenza di rischi per la salute derivanti dalla presenza dell’impianto di comunicazioni satellitari Muos a Niscemi, rappresentano un’opportunità per mettere la parola fine su una telenovela durata troppo a lungo, che sta minando la credibilità del nostro Paese e rischia di compromettere le relazioni bilaterali con gli Stati Uniti»

In un’intervista recentemente rilasciata al sito Formiche.net, da sempre  strenuo sostenitore del progetto, il deputato siciliano invita Renzi e la Pinotti a prendere in mano il dossier Muos, scavalcando le decisioni del Tar di Palermo, del Cga e sopratutto il sequestro penale dell’area disposto dal Gip di Caltagirone su richiesta del procuratore Verzera. Un attacco senza precedenti all’attività della magistratura che, con colpevole ritardo, si è accorta delle enormi irregolarità, illegittimità e delle zone d’ombra nella realizzazione del progetto.

 

Le parole di D’Alia prendono spunto dal vergognoso editoriale di Angelo Panebianco, commentatore di punta del Corriere della Sera. Panebianco, in un articolo apparso sul quotidiano di via Solferino, ripreso prontamente dal solito Formiche.net, confonde la base di Niscemi con una base Nato, nonostante sia notorio anche ai meno attenti che in realtà la base NRTF sia di propietà esclusiva della marina Usa, puntando il dito contro Tar e Tribunale di Caltagirone.

Secondo Panebianco è sconcertante che “la nostra sicurezza nazionale (di cui gli impegni con l’alleato americano sono un’essenziale componente) sia appesa alle decisioni di Tar e procure); che tali decisioni “siano prese sotto la spinta di un mobilitazione cosiddetta ambientalista”; e, soprattutto, “il silenzio delle nostre autorità nazionali”. Pronta la risposta di Zucchetti e dei No Muos.

Immediata la risposta dell’apparato repressivo dello stato.

Casualmente a dirigere la questura di Caltanissetta viene chiamato Bruno Megale, già Digos di Milano. Il suo nome è balzato in questi giorni all’onore delle cronache per aver coordinato le indagini che hanno portato in carcere il 22enne marocchino accusato di aver partecipato alla strage del museo del Bardo. Nonostante pare ormai certo che lo stesso fosse a scuola in Italia il giorno della strage. Una nomina di un certo peso dunque per la questura di Caltanissetta, impegnata sempre più nelle attività di repressione nei confronti dei No Muos.

Ma non finisce qui!

Nel corso dei festeggiamenti della “Festa della polizia” che si sono svolti a Caltanissetta gli unici encomi nei confronti della polizia niscemese sono tutti riferibili, casualmente, alle attività di repressione contro i No Muos, come se non piccolo centro nisseno non vi fosse la mafia, le tangenti, la corruzione e le estorsioni. D’altronde gli attivisti del locale comitato hanno raggiunto una tale pressione repressiva, con centinaia di procedimenti penali, da non temere il confronto nemmeno con le agguerrite cosche mafiose locali.

Così Acciaro, vicequestore:

Encomiabile é stato l’apporto del personale della Digos, che ha seguito tutte le vicende legate alla situazione occupazionale e sociale della provincia. Il suo impegno, relativamente alla vicenda del Muos di Niscemi, ha consentito di avere contributi informativi notevoli, non disgiunti dalle necessarie iniziative di ordine repressivo quando i manifestanti hanno violato le norme di settore.

E ancora:

“Così come il Commissariato di Niscemi, pur con risorse quantitativamente insufficienti, ha prodotto risultati eccellenti, sia sotto il profilo della polizia giudiziaria, sia per ciò che concerne l’ordine pubblico, collegato alle ormai risapute vicende della base statunitense denominata Muos”.

Non una parola sulle mancate indagini da parte della polizia niscemese sulle irregolarità delle autorizzazioni, da sempre denunciate dai No Muos ed emerse solo recentemente. Non una parola sul come sia stato possibile devastare un territorio, inquinarne le acqua, sbancare e cementificare colline, impunemente. Nessun accento alle attività di scorta da parte degli agenti di polizia nei confronti di operai, militari e tecnici anche nel periodo in cui i lavori furono sospesi, le autorizzazioni revocate e successivamente dichiarate nulle dal Tar. Nemmeno un breve accenno al fatto che ditte prive del certificato antimafia siano state scortate dentro la base, per eseguire lavori importanti, proprio dalla polizia.

Infine ci mancavano solo i segnali inquietanti: gli “strani” posti di blocco apparsi durante le trasferte di attivisti No Muos niscemesi a Gela per andare a contestare Salvini e Crocetta.

Ma anche questo sarà un caso. Sarà un caso che, proprio in concomitanza del comizio di Rosario Crocetta a casa propria, a Gela, una pattuglia abbia trattenuto un’auto su cui viaggiavano alcuni attivisti No Muos. E sarà un caso che gli stessi siano stati rilasciati proprio alla fine del comizio, dopo lunghissimi e ingiustificati controlli.
Ormai è chiaro: la vicenda Muos verrà sempre più trattata come una questione di ordine pubblico da parte delle forze di polizia, su indicazione dei politici siciliani favorevoli all’opera. E quando lo stato chiama, si sa…

 

Un No Muos niscemese

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