UN SERENO NATALE DI PACE, MA PER CHI?

UN SERENO NATALE DI PACE, MA PER CHI?
Domani, martedì 22 dicembre, dalle 15:30 alle 18:30 presso la Galleria Umberto I – Napoli
Natale sotto i bombardamenti – Flash-mob contro la guerra ed il militarismo. Vi aspettiamo. Fate girare
Come ogni anno, il Natale diventa una distrazione di massa dai problemi quotidiani e dalle sciagure del mondo. Nel clima natalizio è diventato un obbligo essere felici e perdersi nel trantran degli acquisti e dei regali. Ma mai come quest’anno, mentre nelle nostre città la maggioranza di noi guarda le vetrine facendo i conti con i pochi soldi a disposizione o con l’amarezza di non poter spendere affatto, per milioni di persone nel mondo questo è un Natale di guerra e di sangue.
Lo è nella Terra Santa, dove ogni giorno l’occupazione israeliana uccide palestinesi indifesi, così come in Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen e Libia, dove i padroni del mondo, le grandi potenze, da 30 anni portano morte e distruzione in nome dell’esportazione della democrazia e della lotta al terrorismo. E’ un Natale di sofferenza per milioni di uomini e donne che scappano da questi teatri di guerra e dalla fame e a migliaia muoiono nel Mediterraneo o nel tentativo di superare i muri di filo spinato innalzati in tutta Europa per impedirne il passaggio.
Ignorare e non opporsi a questa drammatica realtà, a Natale come in ogni altro giorno dell’anno, diventa complicità con chi è responsabile di tutto questo, con chi usa la guerra per fare profitti e schiacciare altri popoli.
Le guerre, infatti, sono un buon affare: servono per fare soldi con la vendita di armi, per conquistare nuovi mercati, per sbaragliare la concorrenza, per accaparrarsi materie prime a basso costo, per procurarsi manodopera a salari di fame sia in quei paesi che con i disperati che arrivano in occidente. E a guadagnarci non siamo noi, non sono le popolazioni che dicono di voler difendere, ma le grandi imprese, le banche, gli speculatori finanziari.
Nei giorni scorsi a Porta a Porta, Renzi ha annunciato che l’Italia manderà 450 militari in Iraq, nella zona di guerra di Mosul, per garantire la sicurezza e proteggere gli affari della società italiana Trevi, vincitrice di un appalto di 20 di milioni di dollari per la manutenzione straordinaria della grande diga sull’Eufrate. Una delle tante fette di torta che l’Italia si sta “guadagnando” con la sua partecipazione agli interventi militari delle coalizioni occidentali. Ma è al boccone più grande che guarda il nostro governo: la Libia.
Dopo avere per mesi criticato le “prove muscolari” degli altri paesi e l’inutilità delle soluzioni militari, Renzi si sta preparando ad inviare in Libia un grosso contingente ed a guidare la missione per stabilizzare il paese e fermare l’avanzata dell’ISIS. L’accordo appena firmato dai rappresentanti dei due governi del paese (Tripoli e Tobruk) è, infatti, carta straccia; non è riconosciuto dagli stessi due parlamenti e meno che mai dalle centinaia di fazioni armate nate in Libia dopo i bombardamenti del 2011 e l’uccisione di Gheddafi, perché considerato “contro la volontà del popolo libico” e “un’imposizione straniera”. Le pressioni occidentali per accelerare questa intesa e l’euforia con cui è stata accolta da USA ed Europa, sono indicativi della volontà di utilizzare il previsto governo di unità nazionale per legittimare un intervento militare che, con la scusa di far fuori le fazioni più estremiste e di mettere fine al terrorismo dell’ISIS, riporti la Libia e le sue risorse (gas e petrolio innanzitutto) sotto il controllo dell’imperialismo, italiano e dell’ENI in particolare.
Siamo alla vigilia, dunque, di un nuovo attacco alla Libia che attizzerà ancora di più l’incendio che divampa in Medio Oriente e in Africa e farà crescere ulteriormente l’odio verso l’Occidente che semina morte e distruzione in questa parte del pianeta. La guerra in Siria e Iraq, le tensioni armate tra Turchia e Russia, l’interventismo dell’Europa e le minacce sempre meno velate degli USA a Putin ed alla stessa Cina, indicano che siamo davanti ad una escalation militare. La corsa agli armamenti e le lotte tra le grandi potenze per accaparrarsi risorse e territori ritenuti strategici ci stanno portando diritti verso un nuovo catastrofico conflitto mondiale.
Non possiamo continuare a seguire ciò che accade nel mondo e ciò che fa il nostro governo distrattamente, restando passivi spettatori dei notiziari della sera, come fosse un fatto che non ci riguarda. Primo: perché i fatti di Parigi dimostrano che la guerra portata dai nostri paesi in tutto il mondo, prima o poi arriva anche in casa nostra, facendoci toccare con mano cosa voglia dire vivere nella paura e nel terrore. Secondo: perché il nostro governo, mentre ci chiede continui sacrifici per “uscire dalla crisi economica”, spende oltre 30 miliardi di dollari l’anno in strutture militari, armamenti, missioni all’estero (circa 80 milioni al giorno).
Non è forse affare nostro il fatto che questi soldi vengono tolti ai nostri salari e alle pensioni, alle nostre scuole, agli ospedali, ai trasporti? Non ci riguarda forse che ogni minuto si spendono nel mondo, con scopi militari, 3,4 milioni di dollari (cioè 4,9 miliardi al giorno) per uccidere e schiacciare, anche in nostro nome, interi popoli?
Nessuno “spirito del Natale” delle favole a lieto fine fermerà la guerra né renderà i nostri governanti e le nostre imprese più buone e meno avide di profitti. Tocca a noi scegliere se continuare a farci distrarre, oggi dall’atmosfera natalizia domani dalle loro fandonie, o attivizzarci contro il militarismo e la guerra, per indirizzare tutta la nostra rabbia contro i principali responsabili sia di questo quotidiano macello che della politica che ci impoverisce quotidianamente per difendere i privilegi delle classi dominanti.
COMITATI NO TRIDENT
Presso la galleria Umberto 1° di Napoli

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