Democrazia e stato di diritto sotto attacco da parte di chi sfrutta l’immigrazione per conquistare consenso elettorale. Verso il Vertice di Malta del 3 febbraio 2017.

Negli aeroporti americani Sono stati bloccati anche titolari di uno status di protezione, già riconosciuti dall’UNHCR e titolari di un visto di ingresso negli Stati Uniti. Solo grazie alle proteste della società civile ed all’impegno di associazioni impegnate nella difesa dei diritti civili, come l’Unione Americana per le libertà civili, è stato possibile raggiungere un Giudice federale che a New York ha sospeso parzialmente, fino ad una prossima udienza fissata a febbraio, il respingimento di due cittadini iracheni già legalmente residenti negli Stati Uniti, uno dei quali addirittura aveva collaborato per anni come interprete con le forze armate americane nella guerra in Iraq.

Appare importante rilevare come la polizia degli Stati Uniti abbia bloccato negli aeroporti di arrivo immigrati privati del diritto di fare valere i diritti di difesa, al punto che non hanno potuto neppure nominare i loro avvocati. I ricorsi davanti ai giudici federali sono infatti sottoscritti dai rappresentanti di associazioni umanitarie che in virtù della normativa statunitense possono ricorrere anche per conto e nell’interesse di soggetti privati dei diritti di difesa. Una possibilità che ancora non è riconosciute alle organizzazioni umanitarie attive in Italia.
Le associazioni americane non smetteranno certo domani di contrastare le folli politiche della Presidenza Trump, che vorrebbe addirittura espellere undici milioni di immigrati irregolari, gli stessi che per anni l’amministrazione Obama non è riuscita a regolarizzare per effetto dell’opposizione repubblicana. Una situazione che rischia di fare deflagrare adesso, dall’interno, l’intera società americana, soprattutto nelle grandi città dove la concentrazione degli immigrati in attesa di regolarizzazione è più alta.
Quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, con la guerra dichiarata da Trump agli immigrati, con il blocco degli ingressi alle frontiere aeroportuali, e la minaccia di espulsioni di massa, sta determinando reazioni anche in Europa, dove però non si percepisce che, al di là delle critiche a Trump, effetto della preoccupazione di un nuovo orientamento degli ingressi nell’Unione Europea, Bruxelles, ha intrapreso da tempo una politica dell’immigrazione e dell’asilo che, in modo più sottile, produce gli stessi effetti di abbattimento delle regole dello stato di diritto effetto dei provvedimenti di Trump.


Anche paesi che hanno tradizioni più solide in materia di accoglienza, dopo l’apertura ordinata dalla Merkel nel 2014, stanno chiudendo drasticamente le proprie forntiere e cercano in tutti i modi di allontanare i richiedenti asilo denegati, mentre le Commissioni che decidono sulle istanze di protezione internazionale sono costrette ad adottare criteri sempre più restrittivi. Anche la Svezia progetta da tempo di espellere i richiedenti asilo denegati, un progetto politico e di polizia che appare ben lungi dal realizzarsi, ad un anno del suo primo annuncio. Sarebbe tempo di prendere atto che le espulsioni di massa non sono una risposta ai dinieghi inflitti ai richiedenti asilo. Forse sarebbe bene che anche il ministro dell’interno Minniti si accorga del fallimento dell’esperienza svedese (e tedesca). E magari sarebbe bene bloccare i trasferimenti Dublino da paesi che non garantiscono all’Italia la Relocation promessa, in cambio di un maggior rigore nelle identificazioni attraverso il prelievo delle impronte digitali, con l’Agenda europea delle migrazioni nel 2015, una promessa tradita.

Nella successiva riunione dei ministri dell’interno a Malta il 27 gennaio scorso, lo stesso giorno dei bandi di Trump, e giornata della memoria dell’olocausto nazista, anche a Malta si sono elaborati piani per bloccare i migranti prima ancora che potessero raggiungere le coste europee per presentare una richiesta di asilo. Tutte le vie legali di ingresso in Europa rimangono così sbarrate, si pensa a progettare campi di raccolta anche in Niger, tanto per i migranti forzati quanto per i cd. migranti economici, una categoria non prevista dalle nostre leggi, che serve soltanto per adottare provvedimenti di respingimento e di espulsione di massa.
Si prepara così il Vertice dei capi di stato dell’Unione a Malta il prossimo 3 febbraio, all’insegna delle politiche di blocco e di esclusione, di chiusura delle frontiere interne con la Sospensione del Regolamento Schengen, con il rinforzo di tutte le agenzie di sicurezza e di monitoraggio, ma senza una chiara base legale per la operazioni di arresto e deportazione.
I progetti di mozione finale per la prossima Conferenza di Malta sono tutti orientati alla riduzione del numero, al contenimento delle partenze, ai controlli della frontiera libica meridionale, alla promozione dei ritorni volontari nei paesi di origine, tutti ritengono la Libia come uno snodo centrale, come di fatto è per il numero dei migranti che vi transitano, ma non si percepisce che in Libia manca un’autorità centrale consolidata, manca una polizia che rispetti un barlume di stato di diritto ed una magistratura indipendente. Ora Angela Merkel se ne è accorta ed ha rilasciato una dichiarazione che segna già il fallimento della conferenza.

Si dimentica troppo facilmente quante volte i tentativi di esternalizzazione dei controlli di frontiera siano falliti tutte le volte che, piuttosto di fornire occasioni legali di ingresso e aiuti alle popolazioni civili che rimangono nei campi profughi, si è privilegiata la politica degli accordi tra autorità di polizia per il rimpatrio o il respingimento dei cd. clandestini.
Si continuano a ricercare intese con autorità di polizia che poi, nei paesi di origine, sono ampiamente infiltrate dai trafficanti e generalmente colluse. Succede poi che dopo avere incassato i primi aiuti economici i paesi di origine ritornano a consentire le partenze, magari come pretesto per alzare ancora il prezzo della propria collaborazione con l’Unione Europea. Prima di esternalizzare i controlli di frontiera, delegandoli ai paesi di transito, si dovrebbero “esternalizzare” il rispetto dei diritti umani, le garanzie di non essere arrestati o torturati per il capriccio di un capo milizia, il diritto a praticare una religione o a non essere perseguitati per il sesso o per le opinioni politiche. Se non si aiuta l’Africa a vincere la battaglia contro la corruzione e per la democrazia, qualsiasi misura espulsiva o di “contenimento” finirà soltanto per arricchire quelle lobby politiche militari che sono all’origine delle partenze verso l’Europa. Il Mediterraneo deve ritornare un mare di scambio e di mobilità, non è neppure pensabile costruire frontiere sull’acqua, o blindare coste che comunque non sono controllabili neppure con radar e droni.

L’Unione Europea dovrebbe poi occuparsi della situazione dei richiedenti asilo nello spazio Schengen, e favorire di nuovo una mobilità controllata, evitando lo scandalo delle morti per assideramento di tanti migranti intrappolati nei paesi della rotta balcanica, paesi che da tempo hanno chiuso le frontiere, come adesso sta facendo l’America di Trump.
La Relocation è totalmente fallita, il reinsediamento di migranti da paesi terzi è ferma in tutta Europa a qualche decina di migliaia di persone, quando negli Stati Uniti sono stati molto più aperti, fino ad oggi, con l’amministrazione Obama, nell’accettare migranti in fuga da paesi in guerra o nei quali rischiavano di essere perseguitati. Le prospettive di riforma del Regolamento Dublino III sono assai restrittive, anche nei confronti dei minori non accompagnati e di quanto dovrebbero avvalersi del ricongiungimento familiare.
Per una seria politica europea in materia di immigrazione e asilo dovrebbe capovolgersi la prospettiva. Piuttosto che inseguire la via degli accordi con paesi terzi per bloccare l’arrivo di migranti, che comunque arrivano, e arriveranno, in condizioni sempre peggiori, dopo mesi di abusi e torture in Libia, occorre garantire procedure eque e trasparenti per il riconoscimento dello status di protezione, sistemi efficaci di accoglienza che non alimentino contrapposizioni con le popolazioni residenti. Occorre garantire una distribuzione equa dei richiedenti asilo e dei rifugiati in tutti i paesi dell’Unione Europea, rispettando però le esigenze individuali e delle famiglie, e soprattutto garantendo procedure e qualifiche uniformi, in modo anche da favorire la mobilità secondaria. Questo dovrà essere il nuovo Regolamento Dublino IV.


Il fallimento acclarato della Relocation in favore di Italia e Grecia (non oltre il 7-10 per cento delle persone che avevano ricevuto la promessa di ritrasferimento hanno potuto raggiungere altri paesi europei) impone adesso misure legislative e regolamentari tali da riconoscere nei tempi più brevi documenti di soggiorno e di viaggio validi. Permessi di soggiorno temporanei e visti di transito costituiscono l’unica soluzione possibile per decongestionare il sistema di accoglienza italiano e favorire la mobilità secondaria verso altri paesi in condizioni di legalità.

Le potenziali vittime di tratta vanno identificate e monitorate, già allo sbarco e quindi negli Hotspot, quando questi si trasformano in centri di prima accoglienza, che non devono diventare luoghi di detenzione amministrativa. La prosecuzione del trattenimento di potenziali vittime di tratta aumenta le possibilità di ricatto e di ripresa da parte delle organizzazioni criminali che riescono a controllarle anche all’interno delle strutture, soprattutto nei casi di maggiore affollamento e promiscuità, come appunto si verifica all’interno degli Hotspot siciliani. Problema che va affrontato con particolare attenzione nei centri di accoglienza “satelliti” del sistema Hotspot, il CARA di Mineo e l’HUB di Siculiana ( Agrigento).
Non si dovranno aprire nuovi CIE sfruttando la larga discrezionalità amministrativa concessa al ministero dell’interno ed alle questure dalle procedure operative che dettano le regole ( ancora prive di basi legali) dell’approccio Hotspot.
Gli accordi di riammissione e in genere gli accordi bilaterali che avranno ad oggetto la mobilità dei migranti dovranno essere conclusi soltanto con paesi che rispettano i diritti fondamentali della perona umana. Non si può essere ancora complici di paesi che completano le procedure di identificazione, dopo i rimpatri eseguiti dall’Italia o da Frontex, ricorrendo alla tortura. Che poi sono gli stessi paesi , come il Sudan, nei quali proliferano le mafie che garantiscono la fuga dai centri di detenzione a tutti coloro che possono pagare il prezzo sempre più altro per il loro riscatto.

Fulvio Vassallo Paleologo
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