2001 – 2021 VENT’ANNI DI BUGIE



Duemilamiliardi di dollari, è questo il costo arrotondato per difetto speso dagli Usa per la guerra in Afghanistan. Una cifra che preferiamo scrivere in lettere perché si dimostra ancora più enorme.


Ma se il costo in denaro è impressionante lo è ancora di più quello dei morti lasciati sul campo. Sono più di 50.000 i morti civili afgani, i cosiddetti danni collaterali delle bombe americane e Nato, e così in tutto i morti raggiungono l’agghiacciante cifra di 241.000.


Per cosa? La guerra al terrore scatenata da Bush all’indomani dell’11 settembre 2001 doveva raggiungere due obiettivi: il primo, restituire al mondo occidentale sicurezza, ciò ha significato per Usa e paesi allineati l’istituzione di misure emergenziali che non si sono mai destituite provocando la militarizzazione dei nostri territori e delle nostre vite e il restringimento degli spazi di libertà d’espressione; il secondo, liberare il popolo afgano dal governo talebano.


L’intero apparato della Nato, Italia inclusa, si allineò per raggiungerli.
Il risultato? Buona parte del popolo afgano stanco dei morti e dei soprusi dei militari delle potenze imperialiste straniere ha favorito e sostenuto l’avanzata della resistenza talebana che è entrata trionfalmente a Kabul costringendo il personale delle potenze occidentali a scappare in elicottero dai tetti delle ambasciate assediate. Una grande e cocente sconfitta per gli eserciti più potenti del mondo.


Una cosa sarà chiara da questo momento in poi: la manfrina di esportare la pace e la cosiddetta democrazia occidentale è la più grande fake news mai divulgata. In venti anni di guerra l’unica cosa che il popolo afgano ha ricevuto sono state bombe, massacri e l’intero paese devastato; gli unici che si sono arricchiti sono le multinazionali della guerra che hanno venduto armi, munizioni ed interi eserciti di mercenari per fare i lavori più sporchi.


Anche l’Italia, collaboratrice d’eccellenza con le sue basi militari di Aviano e Sigonella, esce con le ossa rotte da questa sconfitta; il bilancio è di 9 miliardi di euro spesi e più di 50 morti. Tragicomiche sono state le parole del Ministro della difesa Guerini qualche giorno prima della ritirata che con la sua faccia di bronzo continuava ad affermare il successo della missione, della stabilità delle istituzioni afgane che avrebbero dovuto guidare il paese, e ventilava dei possibili affari che la ricostruzione avrebbe dovuto portare alle solite tasche, aggiungiamo noi.


Due sono gli insegnamenti che traiamo dopo vent’anni di guerra: il primo è che i popoli si liberano da soli. Sicuramente non siamo filotalebani, ma l’Afghanistan ci dimostra che nessun esercito può piegare la volontà e il diritto di autodeterminazione dei popoli. Sono veramente paradossali tutti i benpensanti da talk show che solo oggi si strappano le vesti per le sorti del popolo afgano. Ci chiediamo dove erano quando questo moriva sotto le bombe “democratiche” della Nato. Ancora più ripugnante è la strumentalizzazione della condizione della donna afgana. Nessuno si è mai sognato in questi venti anni di guerra di denunciare le condizioni delle donne afgane, ostaggio e vittima degli eserciti, delle bande di mercenari e dei signori della guerra al soldo degli occidentali. Oggi i media occidentali partendo dalla critica al velo iniziano una nuova campagna antislamica, il già utilizzato “razzismo nel nome delle donne” per rafforzare il modello occidentale presentato come paradisiaco per le donne tentando così di nascondere sotto il tappeto il carattere patriarcale della società capitalistica che per la donna significa subordinazione all’uomo, doppio sfruttamento (lavoro salariato e lavoro di cura), discriminazione salariale e di mansione nei luoghi di lavoro e come punta dell’iceberg: stupri e femminicidi.


Il secondo insegnamento è l’enorme quantità di risorse che l’imperialismo utilizza per la guerra e il dominio commerciale ed economico del mondo. Risorse sottratte alla collettività e a vantaggio delle solite multinazionali. Quanti ospedali, case popolari, quante scuole si potrebbero creare se per esempio l’Italia non spendesse ogni anno 25 miliardi di euro per la guerra?

Noi come movimento No Muos non ci stancheremo mai di dirlo: dall’opposizione alle guerre imperialiste, alle basi militari, alla militarizzazione dei rapporti sociali passa la strada per la costruzione di una nuova società libera dallo sfruttamento, dal patriarcato, dalle devastazioni ambientali e dal razzismo.

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Il Coordinamento Regionale dei comitati NO MUOS è un'aggregazione di comitati NO MUOS che si sono formati in Sicilia negli ultimi anni. Esso nasce dall'esigenza di dar vita ad una serie di iniziative comuni e diffuse riguardanti l'informazione sul MUOS e l'opposizione all'istallazione di questo impianto in modo da estendere quanto più possibile la mobilitazione sviluppata in ogni paese.

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